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Vent'anni di Premio

La villa degli scrittori

La letteratura italiana passa di qua. Sono quasi vent'anni. Pontiggia, Busi, Baricco, Camilleri, Tabucchi, Dacia Maraini, Gina Lagorio, Melania Mazzucco, solo per citare alcuni nomi, hanno fatto tappa a Villa Rossi, dove abita la scrittrice Francesca Duranti. Perché da quasi vent'anni c'è un Premio silenzioso, appartato, forse fin troppo, ma proprio per questo svincolato dalle pressioni delle case editrici e c'è un gruppo di lettori appassionati che leggono le novità e decretano il vincitore. Un gioco serio che si conclude sempre con una grande serata alla villa. Che non è soltanto una delle belle dimore storiche lucchesi. E' uno scrigno di libri, i libri la abitano, ti accolgono e ti circondano, ti inseguono per le stanze e i saloni, fino in camera da letto. E se non ti bastano i libri ci sono anche le pareti affrescate con le scene della Gerusalemme liberata del Tasso. Potrebbe esserci una sede migliore per un premio letterario?
La villa prende il nome dal celebre giurista Paolo Rossi, padre di Francesca Duranti, che fece parte della Costituente repubblicana e poi fu presidente della Corte Costituzionale, e che ora riposa nel piccolo cimitero di Gattaiola, di fronte al calcare bianco della pieve romanica di S. Andrea Apostolo. Se si vuole avere un'idea di lui si legga L'ultimo viaggio della Canaria (Marsilio, 2003), il bel romanzo con cui Francesca è andata alle radici della sua storia familiare, così strettamente intrecciata agli ultimi cent'anni della storia d'Italia. Se si va indietro nel tempo, i nomi e i proprietari della villa cambiano, non il loro prestigio. A farla costruire nel XVI secolo, su progetto di Nicolao Civitali, fu Francesco Burlamacchi. I lucchesi - intendo i cittadini, non li storici - cosa sanno di lui? Sapranno che è rappresentato dalla statua in piazza San Michele, o che una lapide è posta sulla sua casa natale, in via San Paolino 38. Ma forse non sono molti a sapere che la sua congiura politica fu uno dei più significativi tentativi di unificare il nostro Paese, tanto che nel 1859, il governo toscano proclamò Francesco Burlamacchi "Primo martire dell'Unità italiana". Stringere Lucca, Pisa e le altre città toscane (inglobando anche  Perugia e Bologna) in una confederazione antifiorentina e antimedicea, questo era il suo progetto, che andava di pari passo con l'intento di moralizzare la società nello spirito della Riforma Protestante. Giova ricordare che la famiglia Burlamacchi annoverava fra i suoi membri Fra Pacifico, zio di Francesco e amico di Girolamo Savonarola, di cui scrisse una biografia. Tuttavia Francesco Burlamacchi fu scoperto e arrestato. I lucchesi lo difesero cercando inutilmente di farlo passare per pazzo. Fu portato a Milano, dove l'Imperatore Carlo V lo fece decapitare nel 1548.
Ecco una storia in più da ripensare mentre si passeggia per le sale di Villa Rossi, tra i libri, i quadri, i bellissimi affreschi barocchi di Bartolomeo De Santi, che sfondano le pareti e i soffitti con le loro architetture dipinte, i cieli nelle stanze, i paesaggi che mimano l'esterno: un trionfo del trompe l'oeil e del quadraturismo. E l'esterno, comunque, non è da meno col suo parco enorme, organizzato all'inglese, cioè apparentemente libero di espandersi come vuole, senza rigore geometrico di aiuole troppo perfette, e prati tutt'intorno alla villa e giù per i poggi fino a un laghetto pieno di piante acquatiche.
Lucca è laggiù in fondo. D'inverno, quando gli alberi sono spogli, la si vede nitida nella piana con le torri e i campanili. Quassù si ragiona di letteratura. E di politica naturalmente. Ma il Premio dei Lettori non ha colori né bandiere perché le (presunte) buone idee non sempre fanno i buoni libri. E un buon lettore sa vedere il bello anche dove non può vedere il (suo) giusto politico. Si obietterà che tutto invece è politica, e che ogni scelta di gusto è anche una scelta politica. Ma se si osserva il palmares del Premio, si vede che c'è sempre stato posto per le tendenze e gli autori più diversi: da Nico Orengo, che si aggiudicò la prima edizione del Premio nell'88 con Ribes (Einaudi), romanzo che getta uno sguardo divertito su un paesino dell'entroterra ligure alle prese con la modernità, ad Andrea di Consoli, vincitore dell'ultima edizione con un libro fosco e intenso, Il padre degli animali (Rizzoli), singolare romanzo di emigrazione e di ritorno, di  padri e di figli radicati in un sud mitico e arcaico, teneramente, ferocemente oscuro come i rapporti di sangue.
Quest'anno sono stati assegnati premi anche alle migliori recensioni letterarie scritte dagli studenti sui libri che hanno partecipato alla gara. Sara Ricci, Elena Moncini e Laura Gianni sono le giovani vincitrici. Il Premio, infatti, si sta aprendo a lettori nuovi, sta cercando nuove forme di dialogo con la città per ridisegnare la propria appartenza al territorio e far sì che la sua tradizionale riservatezza non si trasformi in un dorato isolamento. Ma il premio alle recensioni è anche un pressante invito alla lettura, a questo esercizio dell'intelletto e dei sensi che troppo spesso si crede faticoso e di cui non si riescono a cogliere le enormi capacità di dare piacere, di ricreare lo spirito, nel senso più pieno di "creare di nuovo", di rinnovare e rinfrescare il pensiero.

Alessandro Trasciatti  

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